Fuori di melone
Il lungo viaggio di un melone dal campo alla tavola aumenta il prezzo di vendita al consumatore fino a 3 euro dai 0,20 centesimi originari pagati all'acquisto dal coltivatore. La qualità del prodotto e la quantità dei raccolti non sembrano influenzare il prezzo di vendita finale, completamente rigido verso il basso. Al contrario, in questi casi la forbice tende a ridurre soltanto il prezzo di acquisto dal coltivatore lasciando invariato quello al consumatore, aumentando ulteriormente il profitto degli intermediari. In base a una recente inchiesta, pubblicata su LaRepubblica il 21 giugno 2007, un chilo di meloni in serra o nei campi costa in media 25 centesimi di euro se acquistato dal coltivatore. A questi si aggiungono altri 8,7 centesimi di trasporto al chilo per portare i prodotti al più vicino mercato all'ingrosso. Da qui in poi il numero degli intermediari porta a far crescere il prezzo al dettaglio fino a 3 euro. Decisamente troppo per passare inosservato.
Non va meglio per altri prodotti agricoli. Un chilo di carote venduto dal produttore a 0,10 euro arriva sui banchi di vendita al dettaglio a 1,00 euro. Il prezzo all'ingrosso dei pomodorino cresce da 0,35 ai 2 euro al chilo. Le zucchine da 0,30 a 1,30 euro al chilo. Le pesche da 0,35 a 1,70 euro al chilo. Le susine da 0,40 a 1,50 euro al chilo. Le albicocche da 0,65 a 2,10 euro al chilo.
Come metro di misura basti pensare che una pensione sociale da 400 euro spesa interamente per l'acquisto di albicocche consente di acquistarne meno di 200 in un mese. Se ci fosse la possibilità di acquistare direttamente il prodotto dal coltivatore la capacità di acquisto del consumatore-pensionato triplicherebbe.
L'altra faccia della forbice troppo alta tra produttore e consumatore è infatti la riduzione di potere d'acquisto dei consumatori.
25 giugno 2007